Caos Calmo mercoledì, 13 febbraio 2008  
"Ogni nuova possibilità che si offre all'esistenza, anche la meno probabile, trasforma l'esistenza intera" (Milan Kundera, La lentezza)
 
Una piccola, doverosa premessa: non abbiamo letto il romanzo di Sandro Veronesi, Premio Strega 2006, quindi non possiamo fare confronti fra pellicola e libro. Ci sentiamo comunque di affermare, nonostante ciò, che siamo di fronte a un film pienamente riuscito. Una storia molto bella ed originale, narrata con garbo ed interpretata da un cast variegato e ben assemblato. Il caos calmo è quello che Pietro Paladini ha nel cuore da quando all'improvviso è morta la moglie, proprio nel momento in cui lui stava salvando la vita ad un'altra donna.
 
La scelta di Nanni Moretti, che come attore è sicuramente molto caratterizzato e ha un'immagine ben precisa, si rivela - paradossalmente - del tutto indovinata, perchè il regista de Il caimano che ha contribuito alla sceneggiatura del film, riesce a far proprio il personaggio del protagonista, che alla fine pare disegnato su di lui e gli regala l'interpretazione migliore della sua carriera. Valeria Golino è convincente ed intensa nel suo ruolo; l'ottimo Alessandro Gassman, fratello minore del protagonista, fa da contraltare, una sorta di specchio che riflette tutto quello che Pietro non è e mai potrà essere; Silvio Orlando non delude, Kasia Smutniak fa brevi, ma espressive apparizioni, la figlia Claudia è simpaticissima ed, infine, il cameo di Roman Polanski che in pochissime inquadrature riesce a conferire una grande autorevolezza al suo personaggio, permette di chiudere in bellezza.
 
Immobilizzato da un dolore che non riesce a sfogare, Pietro si rifugia in un mondo fatto di una panchina, un parco e una serie di persone, volti noti o sconosciuti, che ruotano attorno a lui, ricevendo ascolto ma, soprattutto, ispirazione. Un elogio alla lentezza: la riscoperta della saggezza che si cela dietro alla capacità di fermarsi e aspettare. A convincere di Caos Calmo è soprattutto la delicatezza e la tenerezza nell'affrontare un tema così difficile e l'uso sapiente dell'ironia che fa da contropeso alla tragedia. E' un film ricco di abbracci che suggeriscono la possibilità di una rinascita, a partire dalle cose semplici e dal proprio rapporto con gli altri, da non considerarsi un'utopia in una società dominata dall'indifferenza, come la nostra.
 
Spiace sottolineare la dura presa di posizione della CEI a proposito di una sequenza di sesso presente nel film, giudicata «volgare e distruttiva». L'ondata moralizzatrice della Chiesa, che dopo essersi abbattuta sul mondo politico e sociale colpisce anche il cinema,  pare anche in quest'occasione fuori luogo, perchè la scena in questione, che peraltro rappresenta ben 17 pagine del romanzo di Veronesi, ha una sua logica funzionalità ed un significato preciso e determinante all'interno della storia.
 
"Perché è scomparso il piacere della lentezza? Dove sono finiti i perdigiorno …. Un proverbio ceco definisce il loro placido ozio con la metafora: essi contemplano le finestre del buon Dio. Chi contempla le finestre del buon Dio non si annoia; è felice. Nel nostro mondo l'ozio è diventato inattività, che è tutt'altra cosa: chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca." (Milan Kundera, La lentezza)

Colazione servita da breakfast alle 00:08 in: tea for two
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Sogni e Delitti lunedì, 04 febbraio 2008  
L'ultimo film di Woody Allen è stato definito il più cupo, un vero noir. Gli ingredienti ci sono tutti: due fratelli ambiziosi, apparentemente uniti, ma in realtà rivali, avvelenati da un'esistenza grigia, da un'ambizione crescente, condita dal vizio del gioco e delle scommesse, e dalla brama di fare i soldi facilmente. Due genitori apprensivi e deboli, una fidanzata affettuosa quanto sciocchina e un'altra bellissima e libertina fanno da contraltare. Sullo sfondo, la Londra del Big Ben, dei giardini e dei poderi di campagna (anche qui, come in Scoop), simbolo delle convenzioni e del successo artefatto che i due sperano di ottenere, pur essendo senza arte né parte. Eppure abbiamo trovato Match Point, oltre che infinitamente più bello, molto più duro e amaro, con quel finale grottesco dove l'happy end è in realtà il trionfo della malvagità e dell'opportunismo. In Sogni e delitti, invece,  i cieli densi di nubi nere richiamano la collera divina, il castigo verso chi ha osato infrangere le regole universali. Vi è una riflessione più attenta sul rimorso, in contrasto con la lucida e calcolatrice freddezza con cui il protagonista di Match Point organizza il suo delitto. L'atto criminoso è accompagnato dall'inesperienza e dalle paure dei due, accentuate dal fatto che la vittima designata in fondo non ha nulla a cha fare con loro, un viso osservato una sola volta, laddove, nel film precedente, c'erano dei forti sentimenti in gioco: la donna veramente amata, il bambino che stava per nascere. I due fratelli sono personaggi fragili e dalla scarsa dirittura morale sin dall'inizio; compiono sì un'ulteriore discesa all'inferi, ma questa sembra già annunciata dalle prime battute, mentre il contrasto fra il prima e il dopo - dopo l'oasi ingannatrice del successo, del lusso, del potere - nella prima pellicola della trilogia londinese era più intenso e drammatico. Tutto questo per spiegare come Sogni e delitti, film che si riscatta nel secondo tempo, dopo una prima parte scialba, è una prova interessante, ma non del tutto riuscita.

Colazione servita da SimonaCWords alle 19:59 in: tea for two
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